Per dieci minuti

Con un’amica

Copertina – Per dieci minuti – Chiara Gamberale

Il 7 dicembre dello scorso anno ricevevo un’e-mail da parte di una cara amica, in cui mi raccontava la delusione per delle aspettative che riservava su una relazione andata in fumo.
Purtroppo, o per fortuna, quando queste dipendono anche da altre persone corriamo il rischio che non vadano come ci aspettavamo.
Nel caso l’unica soluzione è accettarlo, curarsi le ferite e ricominciare.

La mia risposta alla sua e-mail è stata questa:

Ciao Amica,
dopo aver letto il tuo scritto mi è venuto in mente quanto potesse essere carino scriverti una lettera, seppur virtuale per facilitarne l’arrivo, ma che potesse essere a portata di mano da poter riprendere quando ne avrai più bisogno.
Volevo che non fosse uno dei tanti messaggi su WhatsApp. Voglio darle il valore che merita.
Siamo, ormai, talmente tanto abituate a ricevere fiumi di parole al bisogno che non siamo più in grado di farcele bastare. Mi piaceva l’idea di farti aspettare una mia risposta ponderata e ben pensata.

Ho letto con piacevole attenzione quello che immagino avrai buttato giù, nero su bianco, sconfortata.
C’è una contrapposizione stimolante tra il titolo del tuo testo: “vuoto” e quello che in realtà mi ha riservato.
Quel che tu hai impresso sul foglio non ha nulla di vuoto, forse solo quel che tu pensi di avere dentro. Perché in realtà quel che hai impresso è carico, colmo, pieno zeppo di cose.
Ti ho sentita viva, coraggiosa.
é la prima volta che non ti sento fuggire e fuggitiva da quel che potrebbe essere un’emozione che non potessi controllare.
Seppur si sia dimostrata negativa. Anche se lascia avvilita e nello sconforto quanto ti ha riempito la pancia? Quanto ti ha fatto canticchiare durante i tragitti in macchina? Quanto ti ha reso le giornate di lavoro meno pesanti? Quanto ti ha fatto sentire più carina, stupidamente, guardandoti allo specchio?
Goditi questo dolore, questa delusione, perché non è vero che sono vuoti. Come non è vero che sei vuota tu ora.
Ma se così ti sentissi, è solo uno stato, un attimo, un momento. Ora è già cambiato.
Tutto questo è pieno di risposte se riesci a trovare il coraggio di guardare da un altro punto di vista.

“Lentamente muore chi non capovolge il tavolo”.

Perché ti è stato semplice questa volta buttarti? Cosa ti addolora veramente nel non essere stata scelta? Di non essere stata trattenuta?
Tu non sei nulla di meno dopo essere stata respinta, sei solo qualcosa di più. Una donna che ha fatto tesoro di un’esperienza nuova.
Il dolore ha sempre, anche, un’accezione positiva, solo che non abbiamo il coraggio di affrontarlo, troviamo più forza nell’ergere muri per arginarlo, più volontà nel costruire ponti per valicarlo.
Senza renderci conto che dovremmo avere fegato ad attraversarlo, con calma per poterne assaporarne i pensieri che si porta dietro. Siamo proprio noi che rendiamo il dolore doloroso.
Quello che addolora me non addolora te, e viceversa.
Vederlo da questo punto di vista fa riflettere su quanto in realtà il dolore ci appartenga, perché nasce da noi, e come madri possiamo controllarlo.
Quante volte hai creduto di gettarti da scogliere a picco nel mare blu che in realtà si sono dimostrati grigi marciapiedi a ridosso di misere pozzanghere? è stato sicuramente più facile!
Il tuo intento era forse quello di cavalcare con coscienza l’emozione? E questa volta ti sei semplicemente lasciata andare? Ma parchè? o perché no?
Quanto vuoto c’hai trovato in un letto pieno? e quanto pieno c’hai trovato questa volta nel tuo letto vuoto? Sei stata una forza! 
E potrai esserlo ancora, e poi ancora, e poi ancora.
Forse qualcosa è cambiato? Forse sei un po’ cambiata tu?

Ti porto per un attimo a me per riportarmi a te.
Quando non mi sono sentita corrisposta, o “non adeguatamente corrisposta”, citando te, mi sono data l’opportunità di imparare una lezione che ho fatto mia per sempre. Quanto sia importante seppur doloroso accettare il volere dell’altro. Accettare il coraggio dell’altro nel decidere di vivere per sé stesso.
Di essere chi è. Di essere chi vuole.
Io non posso aiutarti, non posso sapere se tornerà. Se si sia sbagliato. Se abbia avuto paura. Se non abbia avuto coraggio o se si sia semplicemente rivelato.
Perché delle volte capita.
Non posso fare altro che esserci, con delle parole come queste, con un grande abbraccio o delle risate davanti a un calice di vino.

Io voglio sottolinearti che c’è tutt’altro del vuoto in questa storia. Ed il mio consiglio, è di navigarci dentro, non a vista, ma di spingerti negli abissi di tutto questo pieno!

Credimi, c’è molto di più di quello che pensi di aver detto. Devi solo avere il coraggio di guardarlo dentro negli occhi.

Ti stringo amica mia.

E proprio da una storia come questa parte Chiara, la protagonista di “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale, dimostrando come, un minuto per volta, sia possibile tornare a vivere.

Non so perché, ma mentre scrivevo canticchiavo lei:

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