Per il mio bene

E per il bene di tutti

Copertina Per il mio bene Ema Stokholma Harper Collins
Copertina –Per il mio bene– Ema Stokholma pubblicato con Harper Collins

Per il mio bene” è il primo libro autobiografico di Ema Stokholma, pseudonimo di Morwenn Moguerou, nota radio-speaker, conduttrice televisiva, dj, scrittrice e pittrice, per citare la sua bio in instagram.

Ema nasce in Francia, nel dicembre dell’83 da madre francese e padre italiano, quest’ultimo sarà poco presente nei confronti della famiglia fin da subito, nella sua vita c’è anche suo fratello maggiore, Gwendal.
La storia che Ema decide di raccontarci è la sua e quella del dolore di aver vissuto per quindici anni con una madre violenta ed un padre assente.

Non so di cosa parla. Provo a negare, a difendermi, ma non resisto molto e crollo sotto le botte. Mi tira i capelli e mi sbatte la testa contro il finestrino e il cruscotto. Non riesco a piangere, allora dice che non ho sentimenti, sono autistica e ninfomane. Mia madre ha le mani pesanti. Sono larghe e piatte. Quando stringe il pugno sembra che tiene un sasso dentro.
Ammetto tutto, sono colpevole, solo così mi lascerà in pace.”

Nel corso della sua infanzia provò a scappare da quella realtà diverse volte, a quindici anni ci riuscì ed arrivò in Italia.
Ema non si nasconde in questo racconto, non finge che il suo vissuto non abbia lasciato strascichi nella sua vita, ammette anche, che spesso lei stessa sia stata violenta e crudele con gli altri, perché un bambino è il prodotto di ciò che vede.
Questa verità, anche se scomoda, le fa onore. E ciò che le fa ancora più onore è aver capito ed aver disinnescato quel meccanismo di rabbia.

Avevo circa cinque anni, ero talmente piccola da riuscire a starmene accovacciata tra i piedi di nonna seduta sul sedile del passeggero, mentre giocavo con la fibbia della sua borsa e mamma guidava la sua Fiat Punto grigia.
Era una giornata piovosa con il cielo grigio di nuvole, il vento soffiava fortissimo tanto che mamma doveva tenere le mani ben salde sul volante per non perdere il controllo della macchina.
Stavamo percorrendo la strada per tornare a casa, dopo aver passato il pomeriggio da una parente, quando un cartellone elettorale, di quelli in lamiera, si staccò dal suolo a causa del vento fortissimo, piombando sulla portiera dal lato del guidatore. Il forte e inaspettato impatto spinse la macchina verso il guard-rail.
Per lo spavento ci zittimmo e ci vollero tantissimi minuti prima che qualcuna delle tre ebbe il coraggio di dire qualcosa.
E la prima fu mia madre, vedendo il parabrezza e lo specchietto rotti crollò in un pianto disperato. Inutili furono i tentativi di mia nonna di tranquillizzarla dicendole che avrebbe pagato l’assicurazione, e che dovevamo ringraziare perché poteva andare decisamente peggio.
Mia mamma continuò a piangere e urlare verso un qualcuno perché era ingiusto che tutte le sfighe dovessero imbattersi in lei.
L’arrancare sempre per arrivare alla fine del mese, ed essere sempre tirati con i soldi stravolgono le priorità delle persone, e lo capii fin da subito.
Il fatto di sapere di non avere le possibilità fa credere che la tua vita valga meno di un parabrezza o di uno specchietto retrovisore. E fu quello l’insegnamento che mamma, inconsapevolmente, mi diede quando piangeva disperata quel giorno, il suo primo pensiero fu come avrebbe fatto, e dove gli avrebbe trovati i soldi per ridurre il danno.
E così inconsapevolmente in una bambina si insinua il pensiero di valere meno di un oggetto.
Così una bambina cresce senza pensare neppure più a quella vicenda, la sua vita va avanti condizionata da un singolo momento.
Ovviamente non è colpa di mia madre, ma della disperazione, ma questo solo crescendo può essere capito.
Se ripenso a quegli anni mi sembra di pensare alla vita di altri, tanto sono lontani quei momenti disperati.
Però, a volte, il dolore fa corteccia sulle gambe e le paralizza al suolo, rendendo impossibile andare avanti.

Leggendo questo libro ho pensato a questo piccolo spaccato della mia vita.


Il dolore ci condizionerà sempre.
Ema è come se scrivesse questo romanzo per se stessa, per averlo lì, come dire “ok, questo è quello che è stato, e non può cambiare è li scritto nero su bianco tutto da ora in avanti è un divenire.”.
Non ci cuce attorno chissà quali fronzoli, la sua storia è necessaria, e lo è per tutti.
Ci insegna che la vita può essere costellata dal dolore, anche tremendo, ma si può sempre ricominciare.
Ci insegna che nessun rapporto è mai realmente spacciato, anche se è segnato dalla tragedia e dell’incomunicabilità.
Ci insegna quanto il dono della terapia psicologica sia utile per curarci e liberarci.
E ci apre gli occhi su quanto sia indispensabile non voltarci da un’altra parte quando vediamo qualcosa che non dovrebbe essere, perché se qualcuno avesse avuto il coraggio di prendere per mano quei due bambini e portarli al sicuro questa storia non sarebbe stata mai scritta.

Ema Stokholma a New-York foto presa da Instagram
Dipinto di Ema Stokholma a New-York, foto presa da Instagram

Non posso che non concludere ringraziando chi ha avuto il coraggio di scrivere quello che è stato, augurandole che quello che sarà, sarà sicuramente costellato di bellissimi cieli.

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